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La rinascita dell’Uomo

Uno dei passaggi epocali della storia dell’uomo, che mi ha sempre affascinato forse più di tutti gli altri, è quello fra Medioevo, Umanesimo e Rinascimento. Il primo, come ci insegnano gli storici, è un’epoca che inizia con la caduta dell’Impero Romano, nel 476 d.C., e termina alla fine del 1.400: un millennio complesso, che trae le sue origini dalla fine di un lungo periodo di modernità e splendore, quale appunto era stato quello dell’Impero Romano. Un millennio che viene descritto come un periodo buio, sotto molteplici aspetti: tutto sembra sottomesso ad una concezione unitaria e gerarchica che vede la teologia – e chi la amministra – al vertice della piramide, e domina le arti, le scienze e la cultura nel suo complesso, alle quali è esclusivamente assegnata una funzione strumentale, secondo il principio della reductio artium ad theologiam. Una concezione che imprime una precisa gerarchia nell’organizzazione sociale e del potere. Le arti e la cultura sono dunque asservite ad un percorso finalizzato esclusivamente alla ricerca di Dio, sono strumenti per avvicinarsi alla vita spirituale e alla teologia. Il rapporto tra scienza e teologia, tra uomo e Dio è dunque strettamente verticale, un percorso unidirezionale. E come in tutti i profondi cambiamenti della storia dell’uomo, l’Umanesimo ribalta questa concezione, scardina la struttura gerarchica della cultura medievale, afferma l’autonomia dell’arte (e successivamente delle scienze), non più asservite alla ricerca di Dio bensì dotate di una propria dignità, autonomia e identità. L’uomo viene così rimesso al centro dell’universo e della cultura. Un processo che si rafforza ulteriormente con l’avvento del Rinascimento: non più solo l’arte, ma anche la filosofia e la scienza acquistano una propria autonomia, rilanciando con maggior forza la centralità dell’uomo e della ragione umana, tratti distintivi del modo di concepire l’esistenza, l’arte e la cultura in tutte le forme. L’uomo rinascimentale osserva il mondo e la natura secondo leggi matematiche, e al centro c’è lui: l’uomo, una magnifica creatura dotata di quel soffio divino che lo rende unico, il quale grazie alla ragione è in grado di comprendere i fenomeni naturali. Ed è in questo contesto di primavera (cioè di rinascita) culturale che fioriscono le scienze moderne. Attorno al 1490 un uomo prese carta, penna e inchiostro e rappresentò su un foglio di circa 30 centimetri di altezza per 24, questo straordinario passaggio epocale, opera oggi conservata al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie dell’Accademia di Venezia: definire Leonardo Da Vinci un uomo è certamente assai riduttivo. O forse no. Certamente fu un genio, e propose nell’Uomo Vitruviano una rappresentazione ideale delle proporzioni del corpo umano, dimostrando come esso possa essere armoniosamente e perfettamente inserito nelle due figure “perfette”: il cerchio, simbolo di una perfezione divina, e il quadrato. Un omaggio al pensiero classico e una rivendicazione scientifica della pittura, capace di comprendere e rappresentare l’uomo e la natura, di misurarlo, ma anche di dipingerlo quale espressione nobile dell’armonia divina. Un atto di semplice perfezione. Come ciascuno di noi.

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